Il passero solitario

Ripropongo un mio articolo pubblicato sul periodico diocesano della diocesi Sabina-Poggio Mirteto – ChieSAbina di cui è direttore responsabile il giornalista e critico letterario Marco Testi – per il quale curo la rubrica di bioetica dal 2008. I miei articoli si rivolgono ad un pubblico presumibilmente a digiuno della materia perciò mi impegno a rendere comprensibili temi trattati altrove in modo più complesso. I lettori affezionati, che mi seguono dall’inizio, mi hanno confermato di apprezzate il mio lavoro divulgativo. A volte la riflessione parte da una poesia come nel caso dell’articolo che qui propongo, altre da un fatto di cronaca, altre ancora da pubblicità o talk show, cioè da situazioni, di cui si può avere esperienza diretta, che sono spunto per la successiva riflessione etica.

Il passero solitario, ovvero della natura e della libertà

Elena Andreotti

D’in su la vetta della torre antica,/Passero solitario, alla campagna/Cantando vai finché non more il giorno;/Ed erra l’armonia per questa valle./[…]/Tu pensoso in disparte il tutto miri;/Non compagni, non voli,/Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;/Canti, e così trapassi/Dell’anno e di tua vita il più bel fiore./Oimè, quanto somiglia/Al tuo costume il mio! /[…]/Tu solingo augellin, venuto a sera/Del viver che daranno a te le stelle,/Certo del tuo costume/Non ti dorrai; che di natura è frutto/Ogni nostra vaghezza/A me, se di vecchiezza/La detestata soglia/Evitar non impetro,/Quando muti questi occhi all’altrui core,/E lor fia voto il mondo, e il dì futuro/Del dì presente più noioso e tetro,/Che parrà di tal voglia?/Che di quest’anni miei? Che di me stesso?/Ahi pentirommi, e spesso,/Ma sconsolato, volgerommi indietro. (Giacomo Leopardi, Il passero solitario)
Avevo dodici anni quando imparai le strofe del “Passero solitario” di Giacomo Leopardi e, nella mia pur giovane esistenza e proprio per gli impacci che la mia età mi creava, compresi la sofferenza del poeta il quale si rendeva conto che il suo comportamento solitario e schivo non era di natura come per il passero solitario. A quel tempo nessuno mi spiegò quanto differisce il comportamento umano da quello animale. L’animale persegue il fine della sua esistenza inconsapevolmente e senza possibilità di scelta (“di natura è frutto”), vive secondo natura (legge naturale). Per gli esseri umani è diverso: essi possiedono una particolare intelligenza che permette loro di riflette su di sé e sul mondo che li circonda (autocoscienza), di essere capaci di astrazione e simbolizzazione (cultura), di comprendere ciò che è bene e ciò che è male e liberamente scegliere (legge morale naturale). Leopardi sa che la natura umana è portata alla relazione, è aperta all’altro, ma sceglie volontariamente la solitudine e sa già che se ne pentirà perché la solitudine non è un bene per l’essere umano.

La libertà spiega perché ci sono comportamenti umani che, pur se agiti, non si possono considerare “naturali” in sé ma, piuttosto, “atti liberi”, cioè frutto di scelte personali in quanto “per natura liberi”. Anche nei confronti del male che agiamo abbiamo sempre uno spazio di libertà, possiamo tornare sui nostri passi. Una limitazione della libertà può nascere da limiti psico-fisici, da costrizioni, dalla libertà degli altri.

Parlare di natura non è mai solo mera biologia. Natura ha a che fare con il nascere, cioè entrare nel mondo ed essere nel mondo per realizzare la propria perfezione, cioè diventare ciò che già si è. La legge che guida l’uomo è la ragione umana ed è autonoma – guida l’uomo dal di dentro; per questo l’uomo è tanto più se stesso, veramente uomo, quanto più agisce secondo ragione.

Vivere seguendo i propri istinti – più correttamente impulsi – e giustificarli come naturali (sono fatto così, non posso sottrarmi a questa condizione), creando anche nuove categorie antropologiche (mi comporto dunque sono) non è vivere da esseri umani, ma rinnegare la propria “natura razionale” (sono dunque mi comporto); tale natura infatti, aprendoci all’essere ed alla verità, ci fa capaci di valutare il bene ed il male e di scegliere liberamente il fine da perseguire.

“Considerate la vostra semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza” (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 118-120)

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