Che ti dice la coscienza? (Appendice sul concetto di persona umana)

Questi appunti di antropologia filosofica completano i post precedenti dal titolo ‘Che ti dice la coscienza?’. Lungi dall’essere risolto, il problema dell’uomo ( titolo del libro del filosofo Buber e del libro di antropologia filosofica di Gevaert) pone molti interrogativi e ottiene molte risposte. A ognuna corrisponde una diversa visione del mondo. Sta a noi decidere in quale mondo vogliamo vivere. Anche se non ce ne accorgiamo, le idee forgiano la realtà, non sono solo chiacchiere da caffè filosofico.

Ci si potrebbe anche porre la domanda: “Quando si è persona?”, poiché, di fronte a visioni antropologiche diverse, gli interrogativi, infatti, sono: La persona è sostanza, cioè essere stabile e permanente oppure si identifica con ciò che fa? La persona è solo materia o è sintesi di materia e spirito? Quando inizia la persona e quando finisce?

Molto in breve riporto le posizioni più sostenute.

La teoria attualista rifiuta il concetto di sostanza e propone una concezione dinamica dell’uomo identificato con il “continuo fare” della sua vita, frammentato nei tanti attimi dell’esistenza. Le azioni non svelano la realtà dell’uomo, ma la creano. Nel creare se stesso, mancando una natura ontologica, l’uomo afferma la sua totale libertà. (Cfr. tra gli altri J. S. Mill, D. Hume, J. P. Sartre).

Secondo la teoria funzionalistico-attualistica (anni ’70 del secolo scorso) si è persona se si possiedono determinate caratteristiche biologiche o psico-sociali. Con il termine persona si fa riferimento ad una serie di proprietà e funzioni, per cui non si cerca di definire una realtà preesistente (l’uomo), ma si vuole stabilire se e quando l’uomo (o un altro essere vivente) rientri in questa definizione, al di là della natura ontologica. Rispecchia l’approccio utilitaristico o relativista che tende a sottolineare la relatività del valore della vita umana con rifermento al suo posto nella società o alle condizioni del suo vivere, o alla qualità della sua vita. Da tale approccio scaturiscono due filoni: teorie monofattoriali e teorie multifattoriali.

Esponenti principali sono Peter Singer e Hugo Tristam Engelhardt.

Queste visioni, che non tengono conto della natura ontologica della persona, portano a giustificare la manipolazione  dell’essere umano in ogni fase della sua esistenza e non rispettano l’integrità psico-fisica della stessa fino a posizioni filosofiche che immaginano una realtà trans-umana e post-umana (transumanesimo) in cui gli esseri umani vengono manipolati per avere funzioni aumentate (enhancement), ipotizzando anche di creare uomini in parte cibernetici (cyborg). Mettere in pratica queste idee significa alimentare ingiustizia e disuguaglianza tra gli esseri umani. Sono le idee alla base delle discriminazioni di ogni tipo: se non sei persona, non hai diritti e soggettività, posso fare di te quello che voglio: è accaduto con la schiavitù, con lo sterminio degli ebrei e di altre categorie considerate inferiori o imperfette; l’idea di selezionare gli esseri umani per scartare gli imperfetti (eugenetica) non nasce con i nazisti, lo facevano a Sparta, nell’antica Roma, è appartenuta al pensiero liberale anglosassone dei primi del Novecento quando si cominciò a pensare di limitare le nascite dei miserabili e dei sottosviluppati. Se a renderti titolare del diritto alla vita è la qualità  della stessa … ognuno può fare le sue deduzioni.

La teoria sostanzialistica (personalismo ontologico) non fa riferimento a funzioni, ma all’essenza stessa dell’uomo. Si annoverano tra i filosofi “personalisti” del Novecento: J. Maritain, C. Mounier, G. Marcel, P. Ricoeur, M. Scheler, V. Rovighi, R. Guardini, per citarne alcuni. Il personalismo affonda le sue radici nella filosofia patristica, nel Medioevo cristiano (in particolare Severino Boezio, S. Tommaso d’Aquino, Riccardo di S. Vittore) e nell’Umanesimo.

La teoria personalista ontologicamente fondata sottolinea il valore intrinseco della persona in ogni momento del suo esistere al di là della concretezza della sua esistenza. La moderna biologia, che dichiara l’inizio di ogni essere vivente con la presenza del suo corpo dalla prima cellula, ci dimostra l’esistenza di un individuo della specie umana al momento del concepimento: il piccolo corpo ancora informe, composto da una sola cellula vivente con il suo corredo cromosomico, ha già in sé tutta la dignità di un essere umano: se si consegnasse quella cellula ad un laboratorio di biologia sapremmo già di quale razza è, di quale sesso, chi sono i genitori, di quali malattie potrà ammalarsi ecc.. La personalità – la progressiva acquisizione di qualità che sono proprie della persona, ma che non necessariamente sono presenti all’inizio della sua esistenza – si formerà attraverso tutto l’arco esperienziale. Pertanto ogni uomo è persona in atto fin dall’inizio, ma per tutta la vita è personalità in potenza. Diventare persona non è un processo, ma un evento o atto istantaneo (fecondazione) per cui si è persona una volta per tutte.
L’essere umano è persona perché nella sua essenza è di natura razionale, non perché ha una maggiore o minore capacità di coscienza, relazionalità, emozionalità, percezione del dolore, autodominio, ecc.

La stessa natura ontologica fa sì che ogni persona abbia uguale valore, accomunati dalla stessa natura razionale, unica tra i viventi.

La persona si identifica con l’uomo nella globalità delle dimensioni che la costituiscono: fisica, psicologica, spirituale e, nell’apertura all’altro, relazionale.

La sostanza persona si identifica in un individuo concreto perché è spirito incarnato, intelligenza corporea. Lo spirito forma col corpo una sola sostanza, un solo essere; la dimensione spirituale va sempre riferita ad un uomo concreto che pensa, vuole, si apre agli altri e all’Altro. Ciò vuol dire che il carnale, il corpo, il legame col mondo della materia è parte integrante della persona umana e, come tale, va rispettato. L’uomo non ha un corpo (nel senso del possesso), ma è il suo corpo, anzi è una corporeità: il corpo non è una parte dell’uomo, ma è l’espressione e la presenza di tutto l’uomo ossia un modo fondamentale di essere e di esistere, espressione (segno) di tutto l’uomo.

Conclusione: attribuire la qualità di persona in modo arbitrario, in base ad alcuni requisiti e non ad altri, espone tutti, nessuno escluso, ad un rischio potenziale di perdere la propria soggettività con relativi diritti, primo tra tutti la vita.

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