Di porpora vestita – Anteprima

Ho appena terminato di scrivere il mio terzo libro con protagonista Debora Nardi e ora inizia la fase noiosa della revisione. “Di porpora vestita” è il titolo provvisorio e penso che sarà anche la scelta definitiva. Intanto, vi  offro una piccola anteprima.

Prologo

 La splendida Isabella era nata in una famiglia di ricchi importatori di stoffe di Monte Alto – all’epoca Acromonte –, verso la fine del XV secolo. Alta e dal portamento elegante, il suo volto era pallido e incorniciato da lunghissimi capelli serici, neri come le ali di un corvo. La sua intelligenza e volitività trasparivano dai profondi occhi dorati che catturavano e ammaliavano chiunque avesse incrociato il suo sguardo. Amava stare con il padre, Mastro Pietro, tra le meravigliose sete che importava per le sue attività commerciali; pertanto la fama della sua bellezza, narrata dai clienti del genitore, era giunta fino a Roma. Da qualche tempo il padre aveva acquistato dei damaschi color porpora, del colore che i Medici di Firenze amavano tanto indossare.

Il porpora – scoperto e commerciato dai Fenici – era un colore usato fin dall’antichità e, per la sua lavorazione e caratteristiche, era riservato a pochi: re, aristocratici e alte cariche religiose. L’uso dei mitili, con cui veniva realizzato, fu dimenticato nel tempo, pertanto la tinta usata per l’abbigliamento dei Medici era ottenuta da una pianta, scoperta per caso, che divenne la fortuna della famiglia degli Oricellari – poi Rucellari – di Firenze. Il nome Oricellari derivò dal fatto che il loro antenato, tale Alemanno del Giunta, aveva orinato sulla pianta, scoprendo che questa, a contatto dell’urina, diventava violacea.

Mastro Pietro acquistava direttamente dai Rucellari le partite di damaschi porpora e, per questo motivo, veniva ricevuto direttamente nelle case degli aristocratici romani, per vendere le sue stoffe preziose. A volte, l’accompagnava la figlia, che ambiva a impratichirsi di quel lavoro, più che a cercar marito. Mastro Pietro l’assecondava, essendo Isabella l’unica figlia.

Durante uno di questi viaggi a Roma, una nobildonna, Federica Foschini, moglie del principe Alessandro degli Umberti, notò la bellezza di Isabella ed ebbe piacere di scambiare qualche parola con lei. Trovando la sua compagnia molto stimolante, le propose di diventare sua dama di compagnia, dopo aver avuto l’assenso di Mastro Pietro. Isabella si mostrò poco propensa a lasciare l’attività del padre, perciò donna Federica le propose di farle compagnia solo durante l’estate, visto che si sarebbe recata ad Acromonte durante il periodo in cui il principe Amodeo Foschini, suo padre, avrebbe aperto il casino di caccia per partecipare alla Giostra cavalleresca. La Giostra si disputava in un grande spazio del paese, proprio adibito a questo. La disputa era tra i cavalieri di quattro paesi limitrofi, ognuno dei quali contado di nobili romani. Durante quell’estate Isabella fece compagnia alla nobildonna e gli occhi dei cavalieri erano tutti per lei. Malgrado il suo abbigliamento fosse più modesto di quello dei nobili, era la più bella di tutte le donne presenti. Anche il principe Alessandro degli Umberti, marito di Federica, la notò e se ne innamorò, decidendo dal primo giorno che quella meravigliosa giovane donna sarebbe stata sua. Isabella cercò di resistere, ma, vuoi per inesperienza, vuoi perché il principe era un uomo seducente, alla fine divenne la sua amante. Alessandro le fece realizzare uno stupendo abito di damasco porpora e, poiché in quel periodo Raffaello Sanzio era a Roma per la fabbrica di San Pietro, commissionò proprio al grande pittore di Urbino un quadro raffigurante Isabella con l’abito porpora. Raffaello fu condotto in segreto a fare le sue bozze del quadro che avrebbe consegnato a fine estate. Isabella non avrebbe visto mai il quadro perché, il quindici agosto del 1515, fu trafitta da un dardo di una balestra durante lo svolgimento della Giostra. Il dardo le attraversò il petto, proprio dove aveva appuntato un garofano purpureo. Si dice che l’omicidio fosse stato commesso per istigazione di Federica, gelosa della relazione del marito e ferita anche dal tradimento di Isabella, di cui si era fidata. Si racconta anche che Isabella, guardando il ghigno di Federica mentre lei cadeva moribonda a terra, abbia sussurrato una maledizione che avrebbe colpito tutti i discendenti della famiglia degli Umberti. Una maledizione un po’ criptica che suonava più o meno così: “Ogni cento di quindici, il quindici di luna piena, uno di voi morirà di dardo”. Si era pensato che significasse: “Ogni cento anni, il 15 agosto, se c’è la luna piena, uno di voi, degli Umberti, sarà ucciso trapassato da un dardo”.

Capitolo 1

«Fino a oggi la maledizione non si è avverata, ma in realtà non si sa neanche se sia stata davvero pronunciata. Trovate tutta la storia che vi ho raccontato sulla brochure distribuita all’inizio». Debora Nardi riprese fiato, dopo aver raccontato la tragica storia di Isabella, mentre conduceva i visitatori di quel periodo di agosto che venivano a vedere la famosa Giostra dei quattro castelli; i turisti non mancavano mai di visitare la casa che era stata di proprietà di Mastro Pietro. I motivi erano due: prima di tutto un quadro che raffigurava Isabella con uno splendido abito di damasco rosso porpora esposto nel salone a piano terra, il secondo motivo era che il palazzo aveva fama di essere infestato dal fantasma della ragazza.

«È vero che il palazzo è infestato?», chiese, infatti, un visitatore.

«Adesso ci arriviamo. Intanto seguitemi nella stanza del quadro. Come vedete gli ambienti, malgrado alcuni rimaneggiamenti, conservano molte parti originali, anche perché a un certo punto nessuno ha voluto più abitarci; dopo un lungo periodo di abbandono, l’amministrazione comunale ha voluto ristrutturarlo. Si tratta, infatti, di un fabbricato di pregio e ricorda anche quando i fasti e i commerci erano vita quotidiana di questi luoghi, che oggi conoscono un certo abbandono». Mentre Debora parlava, raggiunsero la sala del quadro.

«Questo è il quadro che si attribuisce a Raffaello Sanzio». Debora fece silenzio perché sapeva che il dipinto lasciava tutti col fiato sospeso. Infatti, la donna raffigurata era di una bellezza abbagliante, ma quello che colpiva di più erano gli oblunghi occhi dorati, che rendevano il suo aspetto quasi felino: un bellissimo gatto nero dagli occhi ambrati. Isabella era sontuosa con quel color porpora scuro che faceva risaltare l’incarnato pallido e contrastava con il nero corvino dei capelli.

«Non è accertato che il quadro sia di Raffaello, ma sicuramente è stato realizzato da qualcuno della sua bottega», riprese Debora, quando lo stupore dei presenti si era affievolito. «Si dice che la casa sia infestata dal fantasma di Isabella, che se ne andrà quando un discendente degli Umberti morirà della sua stessa morte. Ciò non è ancora avvenuto, pertanto, per chi ci crede, Isabella è ancora tra queste mura. Qualcuno dice che appaia sotto le sembianze di un gatto nero con gli occhi dorati, che lascia dietro di sé petali di garofano rossi come il sangue. Se non avete altro da domandare, possiamo recarci all’uscita. Grazie a tutti».

I visitatori si allontanarono verso l’uscita, mentre Debora chiudeva tutte le porte. Aveva questo compito di guida da quando la casa era stata riaperta; lei lo faceva volentieri, perché le piaceva aiutare nella promozione turistica del luogo, ma anche perché era tra i discendenti di Mastro Pietro da parte di madre. Questa storia la intrigava molto e la stuzzicava per quanto riguarda la possibilità di ricavarne un giallo. Scrivere sicuramente era meno pericoloso delle ultime avventure che aveva vissuto, piuttosto pericolose, visto che quasi l’avevano ammazzata.

A breve avrebbe messo a frutto di nuovo la sua preparazione da criminologa. L’ultima e unica esperienza lavorativa, in un’agenzia investigativa, era finita bruscamente, visto che non amava seguire le direttive di un superiore e aveva fatto scelte autonome durante un’indagine; per fortuna l’indagine si era conclusa grazie al suo intuito, ma l’aveva portata in rotta di collisione con il suo supervisore. Il suo carattere indipendente e creativo mal si assoggettava a un lavoro pedissequo. Ora aveva l’opportunità di collaborare con la criminologa che era stata la direttrice del corso di psicologia forense seguito qualche tempo prima. Si pensava di iniziare a metà settembre, perciò ora era senza lavoro e, quindi, partecipava volentieri agli eventi in programma per il periodo della Giostra. Questa non era più stata disputata dal XVII secolo, ma, qualche anno prima, alcuni cittadini di Monte Alto si erano impegnati perché fosse di nuovo attivata. Per questo motivo si erano avvalsi di annali storici del periodo, per aderire il più fedelmente alla giostra originaria. Gli abiti e le armature, le acconciature dei capelli e i gioielli furono studiati e realizzati attenendosi ai modelli originali. Il comitato organizzativo aveva pensato di realizzare la rappresentazione degli eventi del 15 agosto 1515, quando Isabella fu assassinata. Per questo motivo una giovane del posto vestiva i panni della sfortunata. Tra i figuranti c’erano quelli che impersonavano i principi degli Umberti e il principe Amodeo Foschini, che aprivano il corteo della giostra; seguivano tutta la corte, gli armigeri e la servitù. Anche sua figlia Elisa partecipava, vestendo i panni di una damigella d’onore. I due figli di Flora, la sua amica carissima, si vestivano da cavalieri. Alessandro e Fausto tornavano volentieri in paese per partecipare e anche il marito, Giorgio, vestiva i panni del capo degli arcieri. Andrea, marito di Debora, faceva il maestro cerimoniere. Le due amiche, invece, preferivano stare in prima fila a guardare tutta la parata che, partendo dal casino di caccia, sfilava lungo tutto il corso per raggiungere Piazza Grande. Qui confluivano i nobili e i cavalieri dagli altri tre borghi. Flora e Debora sceglievano di stare dietro le transenne poste davanti alla casa di Mastro Pietro perché qui il corteo si fermava per una decina di secondi, come ad attendere che la maledizione di Isabella si compisse. Il bello era che alcuni compaesani ci credevano e questo aumentava il fascino della manifestazione.

21 commenti

  1. Ciao!
    Quanti libri hai scritto in tutto, compresi i tre con Debora Nardi?
    Mediamente quanto tempo ti ci vuole per portarne a termine uno?
    Che cosa intendi esattamente per revisione? Cioè, abitualmente scrivi tutto di getto e poi procedi a una scrematura e ai vari aggiustamenti, oppure segui altri criteri di lavorazione?
    Scusa l’interrogatorio: In genere i testi che pubblichi nel blog sono molto ben fatti, perciò mi incuriosisce il tuo modo di lavorare su scala più ampia, se sia sostanzialmente identico a quello che metti in pratica qui oppure completamente diverso 🙂

    Piace a 1 persona

    • Ciao! Ho scritto anche un libro a quattro mani con Gian Paolo Marcolongo, Un caso per tre, dove i protagonisti sono Debora e un personaggio creato da Gian Paolo Walter Bruno col suo cane Puzzone. Poi c’è un racconto di fantascienza a cui ho lavorato molto per gli approfondimenti scientifici, ma è breve per i canoni minimi di un libro. Abitualmente immagino una trama di massima e i personaggi principali, poi scrivo, decidendo in che modo la storia inizierà, intendo cronologicamente rispetto alla trama. Scrivo di getto, ma già con attenzione alla forma finale. Spesso la trama è parzialmente sconvolta dai personaggi stessi. Essi prendono vita e la storia volge in modo inaspettato. A volte l’assassino non è quello che avevo deciso e invece di un omicidio se ne commettono due. A volte sembra che si sia arrivati all’epilogo, ma la storia non mi convince e faccio piccole virate. Anche stavolta e andata così. Nella revisione faccio partire lo strumento messo a disposizione da Word, per la correzione grammaticale, ortografica e del testo, in senso di forma stilistica ecc. Poi cerco di rendere i dialoghi efficaci e dinamici. Controllo la coerenza e verifico che un nome non sia diventato un altro ma mano che procede la scrittura. Quando sono stanca di tutto ciò vuol dire che posso pubblicare. Quest’ultima storia mi ha preso già tre mesi, credo ce ne vorrà almeno un altro. Ho scelto di non fare libri troppo lunghi, mediamente 20000 parole. Non scrivo alla stessa maniera del blog che è più di getto. Grazie per l’interessamento.

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