La volta che fui censurata

Nozze Aldobrandini alla presenza di Imeneo e Venere

Nella mia vita è capitato anche che la scure della censura si abbattesse sulla mia opera letteraria. Accadde l’ultimo anno del liceo classico, quando alcuni ragazzi decisero di pubblicare un tabloid per celebrare l’ultimo anno di scuola superiore. Io per l’occasione scrissi un Imeneo.

L’imeneo è una Forma della poesia lirica corale degli antichi Greci, consistente nel canto nuziale che si cantava in coro mentre si conduceva la sposa in casa dello sposo. (Treccani)

Il dio Imeneo è invocato in segno di buon augurio nei matrimoni e i suoi attributi consueti sono la fiaccola, una corona di fiori e talvolta un flauto. Nella tradizione greca, Imeneo camminava alla testa di ogni corteo nuziale, e proteggeva il rito del matrimonio; gli ateniesi, in alcune feste solenni, lo invocavano con un canto di gioia: – “Imeneo, Imene! O Imene, Imeneo!”

Nella mitologia romana, il Dio Imene (o Imeneo, figlio di Bacco (Dionisio) e di Venere (Afrodite), presiedeva al matrimonio. Alcuni poeti lo consideravano ora figlio di una musa (Clio o Urania) e di Apollo, ora di Dionisio e di Afrodite. Il Dio svolgeva un ruolo importante nella vita umana, presiedendo ai matrimoni solitamente coronato di rose, ammantato in un velo e recante una fiaccola. (Dal sito Impero romano)

Insomma, mi cimentavo in un componimento che si rifaceva alla tradizione antica. Vi domanderete, a questo punto, perché mai dovessero censurarmi. Il fatto è che dedicai questo Imeneo ai miei professori di italiano, lui, e di latino e greco, lei, che convolavano a nozze. Quello che feci fu invertire le parti: lui era quello che veniva portato in corteo al talamo nuziale e lei lo aspettava in camera da letto.

A dire il vero fu il preside a censurarmi, perché il professore di italiano si divertì molto leggendo il mio componimento. Il preside fu irremovibile e il mio pezzo non fu pubblicato. Fine della mia carriera di poetessa.

Qui di seguito il carme di Catullo che parafrasai per l’occasione.

Catullo – Carme n. 61

Tu che vivi, figlio d’Urania,

sol colle d’Elicona e affidi

all’uomo la tenera vergine

rapita, o Imeneo Imen,

o Imen Imeneo,

cingi le tempie con i fiori

di maggiorana profumata,

prendi il velo di fiamma e qui

lieto, qui vieni col tuo piede

bianco fasciato d’oro:

eccitato dall’allegria

del giorno, con voce squillante

canta gli inni nuziali, batti

coi piedi la terra e impugna

la fiaccola di pino.

Oggi Vinia a Manlio va sposa,

bella come la dea di Cipro

quando andò al giudizio di Paride,

vergine che si sposa

con gli auspici migliori,

splendente come nella Misia

ramoscello di mirto in fiore,

che le dee degli alberi nutrono

con gocce di rugiada

per poterne godere.

Vieni dunque e senza fermarti

lascia le grotte delle Muse

sulla montagna di Tespie,

bagnate dalle fresche acque

della fonte Aganippe,

e chiama a casa la padrona,

stringendo in un nodo d’amore

il desiderio dello sposo,

come intorno al tronco si avvinghia

con la sua forza l’edera.

E anche voi, candide vergini,

che avrete un giorno come questo,

seguendo il ritmo cantate

in coro ‘o Imeneo Imen,

o Imen Imeneo’,

perché più volentieri,

sentendosi chiamare al rito,

lui che ispira onesti piaceri,

che ogni amore onesto annoda,

accorra qui fra noi.

Nessun dio è più implorato

da un amante riamato,

nessuno è più onorato in cielo

da noi, o Imeneo Imen,

o Imen Imeneo.

Per i figli t’invoca il padre

tremando, in tuo onore sciolgono

le vergini la loro veste,

col timore del desiderio

ti ascoltano i mariti.

E tu, strappandola dal grembo

della madre, abbandoni a un giovane

brutale una fanciulla appena

in fiore, o Imeneo Imen,

o Imen Imeneo.

Nessun piacere che sia lecito

può prendere senza di te

l’amore: solo se tu vuoi

è possibile. Non è facile

essere come te.

Senza di te nessuna casa

può dare figli che sostengano

il padre: solo se tu vuoi

è possibile. Non è facile

essere come te.

Una terra senza i tuoi riti

non avrà difensori ai suoi

confini: solo se tu vuoi

potrà averli. Non è facile

essere come te.

Spalancate le porte: vieni,

fanciulla, e guarda come splende

la fiamma delle torce al vento.

. . .

Il suo pudore la trattiene e,

sentendone il richiamo, piange

ora che deve andare.

Non piangere, non c’è pericolo

che una donna più bella

di te, Aurunculeia,

veda sorgere dall’Oceano

i bagliori del giorno.

Bella come un giacinto

fra i mille colori dei fiori

in uno splendido giardino,

dove sei? il giorno se ne va:

esci, sposa bambina.

Esci, esci bambina. Ascoltami,

se credi che sia giunto il tempo.

Guarda come s’è fatta d’oro

la fiamma delle torce al vento:

esci, esci bambina.

Non hai un marito irrequieto

che per cercare in qualche avventura

il piacere del tradimento,

voglia riposare lontano

dal tuo giovane seno.

E come la vite flessuosa

si avvince agli alberi vicini,

lui dal tuo abbraccio sarà

vinto. Ma il giorno se ne va:

esci, esci bambina.

O letto, letto dell’amore

letto bianco d’avorio,

quanta gioia procurerai

al tuo padrone e quanta lui

ne godrà nel volo di notti e

giorni. Ma il giorno se ne va:

esci, esci bambina.

Alzate le torce, fanciulli,

ecco, viene il velo di fiamma.

Cantate, cantate con noi

‘Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo’.

Scoppieranno tutti gli scherzi

pungenti del canto di nozze

e tu, ragazzo, lascia, lascia

le noci ai bambini: l’amore

del padrone è finito.

Su, dà queste noci ai bambini,

languido amico: hai giocato

fin troppo con le noci: ora

dovrai adattarti a Talasio.

Dai le noci, ragazzo.

Sino ad oggi, ragazzo mio,

disprezzavi le contadine:

ora chi ti faceva i riccioli

te li taglia. Povero, povero

ragazzo, dà le noci.

Si dice, sposo profumato,

che tu non sappia rinunciare

ai ragazzi; ma devi farlo.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

Certo, solo piaceri leciti

erano i tuoi, ma ad un marito

nemmeno questi sono leciti.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

E tu, sposa, non rifiutare

a tuo marito ciò che chiede,

mai o andrà a cercarselo altrove.

lo Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

Ecco la casa del tuo uomo,

così potente e fortunata:

lascia che sia come desideri,

lo Imeneo Imen lo,

Io Imen Imeneo,

finché la candida vecchiaia

con il tremito delle tempie

dica di sì a tutti, a tutto.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

Varcando questa porta liscia,

per augurio, oltre la soglia

posa il tuo piedino dorato.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

Vedi, in casa c’è tuo marito

sdraiato sul letto di porpora

e ti tende le braccia.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

Anche dentro il suo petto brucia

la stessa fiamma che ti brucia,

ma più profondamente.

O Imeneo Imen Io,

o Imen Imeneo.

Lascia libero il braccio morbido

di questa bambina, ragazzo:

il letto nuziale l’attende.

Io Imeneo Imen Io,

Io Imen Imeneo.

E voi che siete state amate

solo dai vostri vecchi sposi,

coricatela nel suo letto.

Io Imeneo Imen lo,

Io Imen Imeneo.

Ora può venire lo sposo:

tua moglie è nel letto nuziale

e il suo viso in fiore risplende

bianco come una margherita,

rosso come il papavero.

E tu (mi assistano gli dei)

sei ugualmente bello: Venere

non si è certo dimenticata

di te. Ma il giorno se ne va:

avanti, non tardare.

No, tu non hai tardato molto:

sei qui. Venere sarà dolce

con te, perché ciò che tu vuoi

lo vuoi al sole e il tuo amore

non nascondi a nessuno.

Si provi a sommare i granelli

di sabbia nei deserti d’Africa,

le stelle che brillano in cielo,

chi vuol contare i vostri mille e

mille giochi d’amore.

Godetevi il piacere e presto

fate figlioli. Una famiglia

così antica non può vivere

senza figli, ma dal suo sangue

sempre deve rinascere.

Voglio che un piccolo Torquato,

tendendogli le mani

dal grembo della madre,

dolcemente, le labbra schiuse,

al padre suo sorrida.

E somigli tanto a suo padre,

a Manlio, che senza fatica

tutti lo riconoscano,

e rispecchi nel volto

l’onestà della madre.

E per virtù di madre

abbia sempre lode il suo sangue,

come eternamente a Telemaco

per la purezza di sua madre

rimane onore raro.

Sprangate le porte, fanciulle:

lo scherzo è finito. Ma voi,

dolci sposi, siate felici:

godetevi la giovinezza

nei piaceri d’amore.

74 commenti

  1. Anche noi eravamo chiamate in presidenza se le gonne erano troppo corte…. ma avevamo il grembiule…Sempra preistoria ed invece succedeva non troppo tempo fa. Si ha sempre paura che il tappeto possa srotolarsi in senso inverso perchè non mi sembra che lo abbiano ancora buttato via.

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  2. Io venni censurato ad un “papiro di laurea”. Si tratta di enormi fogli bianchi sui quali vengono narrate vicende e storie riguardanti un neo-laureato. Anch’io ne ebbi uno, ovviamente molto “osé”, vietato ai minori, con componimenti “mordaci” come accade qui a Padova.
    Alla laurea di una amico io partecipai con una poesia del tutto casta, ma nel quale dileggiavo l’amico di turno, il tutto senza offese o parolacce.
    Ebbene… mi accorsi che nel lavoro finale la mia filastrocca non era stata inserita, mentre apparivano quelle molto più “volgari” (e divertenti, se vogliamo) scritte da altri. Seppi chi mi censurò, e mi arrabbiai pure, perché in effetti non era sgradevole. Ricopiai la filastrocca su un foglio, e la diedi comunque a Giovanni (l’amico che si laureava) e lui la apprezzò.

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  3. Emblematico di “come eravamo” la tua risposta, più in alto: ” a quel tempo la prendevo più filosoficamente”
    Proprio vero è dopo che mettiamo insieme i pezzi per raccapezzarci tra i cocci… adesso è tutto diverso.
    Molto bello, molto colto. Molto brava.
    Un abbraccio.

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