To love somebody

Ieri, durante una pubblicità, ho ascoltato con attenzione il gingle e mi sono resa conto che si tratta di una canzone molto famosa negli anni ’60 (esattamente 1967).

Chi la ricorda?

Qui in italiano, molto liberamente tradotta, cantata da I Califfi.

51 commenti

  1. Ma sai che non conosco niente di tutto questo?
    Sembrerà strano, ma in effetti non è inspiegabile. Il fatto è che ho trascorso in campagna, lontano da tutto, i miei primi anni: quando nacqui, mio padre era il medico condotto di un paese della collina torinese esterna, Castagneto Po, non lontano da Chivasso, ma isolato sopra un “bricco” (si chiamano così, in Piemonte, le colline più alte). Mio padre ascoltava soprattutto musica classica, specialmente pianistica e sinfonica, e con i primi guadagni aveva comprato un mobiletto con radio e giradischi, di produzione tedesca, che aveva una resa acustica fenomenale, tanto che il pievano gli aveva chiesto il permesso di usarlo in chiesa durante le messe, essendo la pieve di Castagneto sprovvista di strumenti. Mio padre l’aveva accontentato e un giorno, di passaggio a Torino, aveva acquistato un disco di musiche organistiche varie; mia madre racconta che l’effetto, in chiesa, la domenica successiva, fu sorprendente: tutti dissero di aver avuto l’impressione di ascoltare un organo vero. Bene, di quel disco ricordo ogni nota: l’avrò ascoltato migliaia di volte, ed è proprio così che nacque la mia passione per l’organo, mai sopita.
    Quando nacque mia sorella, mio padre decise di trasferirsi in città. Per un paio di anni abitammo in una villetta in collina, località Valsalice: anche in quel periodo si era abbastanza isolati, e io continuavo a ascoltare i dischi di mio padre. Il quale, intendiamoci, aveva anche un moderato interesse per il jazz (ricordo alcuni lp di un pianista straordinario, Art Tatum), che però non mi interessava; l’unica eccezione era Fred Buscaglione: ma, più che per la sua musica, per il suo stile ironico, e perché mi faceva ridere. L’incontro con musiche “altre” era legato alla televisione e alla radio – all’epoca se ne ascoltava ancora tanta. A mia madre – credo come a tutte le giovani donne di allora – piacevano le canzoni di Mina e di Ornella Vanoni; tuttavia, non ricordo che abbia mai seguito il Festival di Sanremo o cose analoghe.
    Fu ovviamente a scuola che ebbi modo di conoscere, fra i miei coetanei, qualche fan del pop e del rock. Questo avvenne negli anni delle medie, non prima – forse anche perché, essendo nato all’inizio di gennaio, per non farmi perdere un anno mio padre mi aveva iscritto a una scuola privata, dove di musica si parlava raramente, anzi quasi mai.
    Comunque sia, quando entrai a contatto con il mondo di quella che allora chiamavamo “musica leggera” tout court, cercai subito di trovarci quelle cose che mi piacciono da sempre, l’ironia e il gioco, che nella “classica” si trovano in abbondanza. Delusione! Tutti i rockettari e poppettari sembravano prendersi troppo sul serio. Finché non incappai nella New Vaudeville Band, che mi diede subito l’idea di essere nata al precipuo scopo di prendere in giro tutti gli altri. Era il 1966, avevo dieci anni, mi ci volle qualche tempo per capire che avevo ragione 🙂
    A questa band avevo dedicato tempo fa uno dei miei articoletti, se ti interessa ti do il link.

    Bene, scusami per questa sbrodolata. Ciao!

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  2. I tempi delle feste in casa… Non ricordo il brano nel 67, avevo 5 anni, ma ricordo l’abitudine di riarrangiare in italiano brani stranieri, durata piú o meno fino a metà anni 70…

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  3. Ricordo benissimo il brano dei Bee Gees, mentre i Califfi me li sono completamente persi per strada. Ho imparato un sacco di inglese con la musica degli anni ’60 e ’70, e trovavo terribili le versioni italiane, limitate per forza visto che dovevano rispettare metrica e musica. La musica rock, quella bella, è oggi considerata classica dai cultori, e poesia quella dei cantautori degni del nome

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