Tipi da ufficio (2)

C’è una categoria di colleghi di lavoro che non è simpatica come quelle che ho descritto in Tipi da ufficio.

Parlo del ladro. È la categoria peggiore perché approfitta della nostra fiducia, in un contesto in cui abbiamo la guardia abbassata.

Io ne ho fatto esperienza quasi subito. Al mio primo compleanno festeggiato durante il periodo impiegatizio, le colleghe mi regalarono una bella penna Mont blanc. Pensai bene di usarla anche in ufficio. Un giorno, non molto dopo averla ricevuta in regalo, la lasciai temporaneamente sulla scrivania, per recarmi dall’usciere che aveva anche l’incarico di recapitare la posta interna. Mentre uscivo, incrociai un collega che entrò nella mia stanza, dove si teneva anche il protocollo, quindi niente di anormale. Feci pochi metri per consegnare la posta in uscita e tornai nella mia stanza. Subito mi resi conto che la mia penna era scomparsa. Ero sicurissima che fosse stato lui a prenderla, considerando anche la personalità strana che lo faceva notare, ma che potevo fare? Chiesi in giro pur sapendo che non avrei sortito alcun risultato.

Qualche anno dopo, cambiato ufficio e piano, mi accorsi dopo le ferie che qualcuno, ogni mattina, mi sottraeva cinquecento lire da una scatola. Non me ne ero accorta perché ogni mattina ce ne mettevo una, ma, con le ferie, c’erano state solo le sottrazioni di moneta e me ne resi subito conto. Avvisai i colleghi e uno di loro mi chiese sdegnato se stessi accusando qualcuno. Risposi che potevano fare e pensare ciò che volevano, ma da quel giorno la cassettiera restava chiusa e, visto che conteneva i fogli in bianco per le presenze, avrebbero dovuto conservarli altrove. Anche in questo caso avevo qualche sospetto, ma non potevo fare niente.

Sempre durante la permanenza in quell’ufficio, accadde un altro episodio che non ebbe conseguenze antipatiche perché fui previdente. Già da tempo mi avevano avvisato, qualora fossi scesa a prelevare denaro alla nostra banca interna, di essere prudente nella custodia del contante; si pensava che alcune persone ci tenessero d’occhio in banca e ci seguissero fin in ufficio per sottrarci i soldi, nel momento in cui ci fossimo assentati. Ora, perché questo accadesse senza destare sospetto, doveva essere un impiegato più o meno conosciuto, che non destava sospetti. Di conseguenza, dietro questi avvertimenti, mettevo i soldi in tasca. Accadde così che, dopo un prelievo, mi aprissero la borsa, tenuta in un cassetto, e prelevassero il portafoglio, dove, però, avevo solo diecimila lire e il cartellino d’ingresso. Dovete pensare che tutto avveniva in un brevissimo lasso di tempo. Sporsi denuncia più che altro per il cartellino. Questi furti erano frequenti, specialmente ne erano vittime i colleghi uomini che appendevano giacche e cappotti con i portafogli all’interno.

Poi fu la volta di un beauty case molto carino, un regalo, dove avevo oggetti per il cambio, stando fuori buona parte della giornata. Anche qui individuai chi potesse essere, ma senza poter fare niente.

Ma il furto più antipatico fu il furto della proprietà intellettuale. Avete capito bene: fui derubata del lavoro svolto!

La prima volta fu un lavoro di analisi dati per un archivio da realizzare con un database informatizzato, un progetto che non fu mai realizzato. Non trovavo più gli schemi che avevo realizzato, ma non me ne preoccupai, visto che non li avremmo utilizzati. Un anno dopo li trovai nell’armadio dei documenti di un collega, in una cartella di un progetto che portava il suo nome.

Poi fu la volta che scoprii che il mio lavoro era sistematicamente spacciato per quello di un’altra collega, la quale, evidentemente, doveva essere messa in risalto. Vi domanderete come potesse accadere, ma era molto facile, perché, in una fase di caotica e lunga ristrutturazione aziendale, non esistevano più i mansionari e “tutti facevano tutto” come ci teneva a dire il capo, quasi con orgoglio. Pur essendo io un “quadro”, non vigeva che firmassi il lavoro; lo mettevo nella cartella, con preghiera di restituirmelo a iter concluso. Accadde però che un giorno il dirigente generale mi chiamasse perché il capo non c’era e la signora X – l’usurpatrice, incapace di apportare modifiche al documento e con una qualifica che non prevedeva lavoro di concetto – aveva risposto che il lavoro era mio, signora Y. Il problema era nato solo per il fatto che bisognava fare delle correzioni ed il capo era assente, altrimenti sarebbe andata avanti a lungo senza che lo scoprissi.

Vi spiego cosa succedeva.

Partiva il lavoro con la cartellina su cui era apposto il nome di Y (io), il capo sostituiva la cartellina di Y con la cartellina di X, la quale risultava fare lavori di alto livello concettuale; poi, il documento tornava firmato dal dirigente generale al capo che rimetteva la cartellina di Y, la quale rimaneva ignara del magheggio. Il dirigente generale si meravigliò che fossi io a fare quel lavoro e si complimentò; fu in quella circostanza che compresi cosa accadesse da tempo alle mie spalle. Tra l’altro, il capo fu chiamato da me al telefono su richiesta del dirigente generale che gli parlò personalmente per avere informazioni in merito al documento.

Pensate che il capo avrebbe smesso dopo essere stato scoperto? Ma neanche per sogno, neanche quando, entrando nella sua stanza e, accorgendomi che cambiava la cartella, io la sostituissi con la mia. Cinque minuti dopo la ricambiava! Lo so perché rientravo per verificare. Farglielo presente non sarebbe servito, vista la faccia tosta con cui lo faceva.

‘Ca va sans dire’: Y non ebbe la promozione e X sì!

40 commenti

  1. A livello di furti tra colleghi da noi non è mai accaduto nulla di simile.
    Siamo in molti, e nonostante tutto chi si assenta per bagno, cicche, caffé lascia tutto tranquillamente sul tavolo o in tasca o nel cassetto. Diverso negli uffici con il pubblico, ma di norma non è mai accaduto nulla almeno che io sappia.

    Nemmeno furti di lavoro, dato che ognuno svolge ruoli abbastanza ben definiti, e non abbiamo uffici progettuali o simili. Mi spiace per il tuo caso personale.

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  2. È veramente triste che accadano queste cose, è triste che le persone debbano rubare agli altri perchè non si ssntono abbastanza capaci di provare a essere di più o anche semplicemente perchè non gli conviene, visto che possono ottenere promozioni o altro senza il minimo sforzo. È triste e in un certo senso anche disgustoso.

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  3. Anche io ho un ladro a lavoro… Non lo saluto nemmeno più. Ma ora sa che so. E ho detto a tutti che era il ladro. Ora tutti sanno. E stanno attenti ma per le cose rubate nulla si può più fare… Ma se lo dovessi beccare sul fatto credo che lo picchierei

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  4. Io avevo un collega così, tutto quello su cui riusciva a mettere le mani gli finiva in tasca. Le occasioni grosse erano agli esami, quando si era lì seduti tutti insieme e si mettevano tutte le cose sui banchi. All’epoca – era il primo anno che insegnavo – si poteva ancora tranquillamente fumare in classe; con le sigarette in tasca, prendeva il mio pacchetto, tirava fuori una sigaretta e si metteva il pacchetto in tasca. “Scusa, le sigarette”. “Le sigarette cosa?” “Le mie sigarette. Te le sei messe sbadatamente in tasca”. “Sì? Non mi ricordo” (le aveva messe un secondo e mezzo prima) “Guarda!” “Ah già, chissà come ci sono finite”. Idem con accendino o fiammiferi. Dopo un quarto d’ora si ricominciava. Poi c’è stata la penna. Me l’aveva regalata un’amica per la laurea. Non era di grande valore, ma l’amica era piuttosto povera, e doveva esserle costata un discreto sacrificio. La prima volta l’ho beccato mentre se la stava mettendo in tasca e l’ho bloccato: “Scusa, la penna”. “La penna cosa?” sempre la stessa scena. La seconda volta è riuscito a beccare un momento in cui non stavo guardando né lui né la penna, e ovviamente non potevo più dire guarda che ti sei messo in tasca la mia penna. Oltretutto io avevo 25 anni e lui 60, e in quel micropaese era un potentato. Sono passati più di quarant’anni, e ancora quella penna ce l’ho sullo stomaco.

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  5. Assurdo! Non trovo altre parole. Anche nell’azienda dove lavoravo ci fu un ammanco che la direzione pretendeva fosse reintegrato dai dipendenti presenti in quei giorni. La cosa è caduta quando ho chiesto che della somma versata venisse data voce in busta paga per aver modo di contestarla nella apposita sede. Naturalmente non se ne fece niente. Buoni sì, fessi no.
    P.S. lavori ancora lì?

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    • Quella cosa fu veramente antipatica e lui perseverò come se niente fosse. Io, ormai, avevo deciso di lasciare il lavoro appena possibile, ma la bile che ti fanno versare certe situazioni… Pensa che mentre ero in ospedale per operare la frattura del piatto tibiale, telefonò a casa. Rispose mio marito e spiegò cosa era successo. Lui farfugliò qualcosa sul fatto che non era stata colpa sua se non ero stata promossa, cosa che neanche depone bene per un capo. Comunque erano passati più di venti anni. Insomma, un bel senso di colpa. Non ha richiamato più.

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