Io e l’informatica (2)

Il computer (la storia è qui) fu acquistato anche per gli uffici periferici, perciò fui incaricata di formare i miei colleghi. Io lo feci per quelli del centro-sud mentre per il Nord fu incaricato un collega distaccato a Bolzano. La CPT 8000 aveva anche la possibilità di creare piccole routine, tramite l’apprendimento da tastiera delle operazioni; queste routine risultavano molto utili, per operazioni ripetitive. Su quest’aspetto impegnammo buona parte del corso: per avere dati aggregati era estremamente utile, poiché erano distribuiti in molti floppy; ne inserivamo uno alla volta, salvavamo le informazioni in una memoria e vi sommavamo mano a mano quelle dei floppy successivi. Una routine finale, creata ad hoc, ci permetteva di riversare questi dati riassuntivi in un file di testo. Insomma, si procedeva in modo semiautomatico: i processi erano attentamente governati da noi che operavamo.

L’uso di questo computer durò fino al 1984, quando fu acquistato il computer Olivetti M24. Ricordo ancora che era di maggio e faceva un freddo cane (tanto per ricordare che di maggi strani come quello di quest’anno ce ne sono stati anche negli anni 80).

Un altro mondo. Questo computer aveva l’hard-disk e montava il sistema operativo MS-DOS della Microsoft. Ci dotarono anche di stampante Olivetti ad aghi.

Tutti i nostri floppy sarebbero entrati in un solo disco interno al computer.

A pensarci oggi, in quel disco sarebbero entrate quattro o cinque foto fatte con in nostri smartphone: conteneva 20 mb di spazio di archiviazione.

Frequentai il corso base di MS-DOS, completato il quale, il capo mi chiamò a rapporto per dirmi di trasferire tutti i dati sul nuovo pc. Con fatica spiegai che il sistema operativo serviva per gestire il pc, ma per quello che voleva fare lui ci volevano programmi particolari. Il capo parlò col venditore che confermò quanto avevo detto, ma la spesa era importante. Mi disse: “Mi voglio fidare di lei e lo faccio acquistare”. La scelta cadde su un prodotto che si chiamava Dbase 3 della Ashton-Tate, un software che gestiva database relazionali, criterio abbastanza nuovo, visto che la quasi totalità dei database erano gerarchici. È lungo spiegarne la differenza, perciò fidatevi anche voi.

Fu organizzato un nuovo corso per imparare la creazione dei database relazionali e per apprendere il linguaggio di elaborazione dati per gestirli. Anche il linguaggio era innovativo perché era un linguaggio strutturato, molto ‘elegante’ e pulito. Anche qui fidatevi perché è complesso spiegare in cosa consiste e non è pertinente.

Il capo disse: “Adesso può cominciare a lavorare!”, ma dovetti spiegargli che prima ci sarebbe stato un lavoro progettuale, poi avrei dovuto scrivere i programmi per ottenere le elaborazioni e gli output che si aspettava. Altro atto di fede da parte del capo, ma accettò la sfida.

Scrivevo programmi e li stampavo su carta a modulo continuo per portarli a casa e correggerli. Mio marito mi trovò così un pomeriggio, con le meningi che fumavano. Sbirciò i fogli, vide una lunga serie di “do while”, ed esclamò ammirato: “Ma quello è un linguaggio strutturato!”. Forse non ci crederete, ma io, fino a quel momento, non avevo capito bene cosa stessi facendo: lavoravo e basta. Dunque ero diventata una programmatrice software di fatto. Anche di più, visto che l’architettura del database era stata progettata da me medesima. Con tutti i rischi e pericoli.

(Continua)

38 commenti

    • Se hai letto il primo post ancora meglio mi dici. Nel nostro centro di elaborazione dati i computer erano tenuti sotto aria condizionata e i programmatori avevano il camice bianco. I dati erano caricati con le schede perforate e i linguaggi di programmazione erano Assembler e Cobol.

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  1. Il mitico DB3.
    Lavorare con i Floppy (da 3″ 1/4) era frustrante, perché dovevamo distribuirli alle varie sedi e pure a qualche decina di ditte, ma spesso poi non si leggevano.
    In azienda la prima stampante fu di quelle industriali a modulo continuo 132 colonne, e c’era un collega addetto alle stampe, che erano di ogni tipo: contabilità, denunce dei redditi, paghe, elaborazioni varie…

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    • Sì, mitico. Poi acquistammo il plus, ma continuammo con i vecchi programmi.
      Di fatto non realizzammo per quel periodo uno scambio di dati mediante floppy. La periferia ci mandava le schede cartacee e noi producevamo elaborati. Lo facevano volentieri perché in cambio ottenevano dei dati utili ai loro fini statistici.

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  2. Anch’io appartengo all’era degli M2*. Al lavoro avevamo un M20 ed un IBM, Qualche anno dopo arrivò l’M24 e ricordo che facevamo la fila per utilizzarlo dato che era l’unico col monitor a colori e che quindi permetteva di fare degli scemi tecnici multicolor.

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  3. certo che sì che nei centri di calcolo camice bianco e aria rigorosamente a 18°! Roba da schiattare d’estate.
    DB3, certo che lo ricordo. Ho ancora qualche mega di programmi e database nei miei harddisk 😀
    Assembler? Il mio linguaggio naturale, insieme a Fortran. Il Cobol mi è sempre piaciuto meno. Grandi ricordi, senza dubbio

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  4. wow che ricordi… il primo computer in ufficio l’ho usato io… ero la più giovane e l’unica che a scuola aveva fatto qualche ora di informatica… cioè avevo imparato a formattare i dischetti… hi hi hi… se ci ripenso ora, mi vien proprio da ridere.
    per fortuna la tecnologia è andata progredendo ^_^
    Buona serata cara ❤

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  5. Che tempi! Con i proventi del mio primo lavoro comprai un m20 usato (costava una tombola) con i due floppy. Avevo imparato a programmare in fortram all’università. I programmi si inserivano con le schede perforate innun computer che occupava una intera stanza. Bellissimo!

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